Codice di Santa Marta. Frontespizio raffigurante S. Marta. Stemmi di Carlo III di Durazzo, Margherita di Durazzo, Ladislao di Durazzo, Giovanna II, foll. 2, 3, 5, 7. Sec. XV-XVII ASNa, Museo

Ritratto di Giovanna II d’Angiò, in SCIPIONE MAZZELLA, Descrittione del Regno di Napoli…Napoli, 1601
ASNa, Biblioteca

Il Codice di Santa Marta è una raccolta di stemmi di re e regine e di un folto numero di nobili, iscritti, tra il 1400 e il 1600, a una prestigiosa confraternita, il Collegium Disciplinatorum Sanctae Marthae, che aveva sede nell’omonima chiesa situata nel centro antico di Napoli, all’intersezione tra via San Sebastiano e via Benedetto Croce, nelle vicinanze del complesso di Santa Chiara.

Il Codice rappresenta una testimonianza storica rilevantissima tanto per il succedersi delle dinastie e delle case regnanti su Napoli capitale, quanto per l’evoluzione della cultura figurativa meridionale. Composto nel 1600 rilegando i fogli di pergamena su cui erano miniati gli stemmi degli illustri membri della Confraternita, dagli ultimi sovrani angioini a quelli aragonesi, dai viceré spagnoli ai rappresentanti delle principali famiglie del Regno, esso si apre con l’immagine di Santa Marta, vestita d’azzurro, con un mantello rosso e il capo coperto da un velo; dietro di lei è rappresentato il mostro sconfitto dalla santa, la Tarasca, che, con un cappio al collo, stringe nelle fauci un gentiluomo riccamente vestito di rosso.

Il Codice fu conservato tra le cose notevoli della Confraternita per tutto il secolo XVII e fu custodito presso il sagrestano della chiesa di Santa Marta, scampando miracolosamente all’incendio e al saccheggio che nel 1647 distrussero ogni cosa nella chiesa. Esso fu descritto diffusamente da Giulio Biondo, vissuto nel corso della metà del ‘600, in un manoscritto conservato anch’esso presso la biblioteca dell’Archivio di Stato.

Cessata di esistere nel 1742 la Confraternita di Santa Marta, non si sono avute più notizie per circa un secolo del Codice e del manoscritto, che hanno sempre viaggiato insieme. Risale solo al 1848 l’acquisto da parte dell’Archivio di Stato di Napoli del Codice e del manoscritto, in virtù del loro altissimo valore storico-artistico.

Il Codice si rivela particolarmente interessante per lo studio dell’arte della miniatura che, partendo da Montecassino, fu tramandata lentamente a Roma, Firenze e Siena, per giungere poi a Napoli, dove fu fortemente influenzata dalla cultura toscana. In particolare la critica ha attribuito a Leonardo da Besozzo lo stemma di Renato d’Angiò e a Jean Fouquet, celebre miniatore di Tours, lo stemma di Alfonso d’Aragona. Chiara influenza franco-fiamminga si riscontra anche nello stemma di Pietro Ruiz de Corella.

Attualmente, il Codice – restaurato nel 2001 a cura del Centro di Fotoriproduzione, Legatoria e Restauro degli Archivi di Stato – è custodito nella Sala Tasso dell’Archivio napoletano.

Gli stemmi qui esposti, ascrivibili all’influenza della miniatura toscana, raffigurano le armi di esponenti della dinastia d’Angiò, ramo Durazzo, che regnò su Napoli dal 1382 al 1435.

Il primo costituisce un omaggio a Carlo III di Durazzo, marito della fondatrice della Confraternita, Margherita. A lui, morto già da 14 anni all’atto della fondazione, è dedicata la raccolta, come si evince dalla scritta presente sul suo stemma: “Huius Reginae fuit Carolus tertius Rex Siciliae et Hierusalem. Et ideo eius insignia hic praeponuntur”.

Sua cugina Margherita, figlia di Carlo di Durazzo e di Maria, sorella minore di Giovanna I, lo aveva sposato nel 1370. Proclamata regina nel 1381, ricoprì la carica di Vicaria del Regno durante la guerra condotta dal marito contro Luigi d’Angiò e durante il breve regno del marito sull’Ungheria. Scacciata dal Regno nel 1387 e ritornatavi nel 1400, anno di fondazione della Confraternita, fu tutrice del figlio Ladislao, che vi si iscrisse nel 1403 insieme alla seconda moglie Maria di Lusignano.

Morto Ladislao senza eredi, il trono fu assunto nel 1414 dalla sorella Giovanna, che adottò prima Alfonso d’Aragona e poi Luigi d’Angiò (entrambi iscritti alla Confraternita al tempo delle adozioni), riconoscendo però come suo erede il fratello di quest’ultimo, Renato, e ponendo così le basi per le contese dinastiche che sarebbero culminate nella conquista del Regno da parte di Alfonso.

 

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