Cartolina commemorativa dell’avvento della Repubblica in Italia. 25 agosto 1946 ASNa, Prefettura di Napoli, Gabinetto, III versamento, b. 272

Il percorso verso l’adozione della forma statale costituzional-repubblicana nell’Italia liberata dal nazi-fascismo fu tutt’altro che piano. Mentre dopo l’8 settembre e in sostanza fino alla liberazione di Roma l’istituto monarchico pareva caduto in disgrazia presso l’opinione pubblica e i circoli politico-intellettuali di parte antifascista, dalla fine del 1944 in poi e fino alla consultazione referendaria del 2 giugno 1946 la scelta tra monarchia e repubblica apparve molto poco scontata. Diversi i fattori, interni ed esterni, che facevano pendere l’ago della bilancia a favore dell’una o dell’altra opzione. Sul piano esterno, i neo alleati anglo-americani si scontravano tra di loro, i primi per il mantenimento delle istituzioni monarchiche e delle figure che le incarnavano, Vittorio Emanuele III e Badoglio, nella speranza di restaurare la propria egemonia sul Mediterraneo, i secondi per cercare una propria peculiare via all’affermazione in un luogo strategico del continente europeo. All’interno, la debolezza del re, l’introduzione dell’istituto della luogotenenza, la svolta di Salerno e l’entrata nel governo di elementi antifascisti, faceva apparire chiusa la partita istituzionale già nel 1944, soprattutto quando il governo Bonomi dispose l’elezione, a fine conflitto, di un’assemblea incaricata di scegliere la forma di governo e di elaborare una nuova costituzione.

In realtà, lo scenario era destinato a mutare di lì a poco, con la crisi di governo, la rottura dell’unità dei partiti del CLN, il successivo governo Parri.

Lo stesso ricorso alla consultazione referendaria non fu condiviso da tutti: nel consiglio dei ministri del 27 febbraio 1946 i suoi sostenitori si scontravano con coloro che volevano demandare la scelta della forma istituzionale all’Assemblea costituente.

Una volta indetto, tuttavia, il referendum sancì la scelta repubblicana, risultata vittoriosa con 12717923 voti contro i 10719284 a favore della monarchia.

I risultati del voto a Napoli furono però in controtendenza con i dati nazionali.

Se nella regione Campania si pronunciò a favore della monarchia il 76,5% dei votanti, nel collegio di Napoli la percentuale salì addirittura al 78,9%, in netto contrasto non solo con i dati nazionali, ma anche con quelli di molti collegi del meridione, soprattutto quelli a forte componente contadina.

Le motivazioni addotte per spiegare questa specificità napoletana sono state tante e varie: la partecipazione scarsa, o perlomeno solo “breve”, ai moti resistenziali; il radicamento del concetto di fedeltà alla figura monarchica, in un continuum che andava aldilà delle dinastie regnanti; il consenso tributato alla monarchia dalla malavita organizzata; la distanza tra società ed istituzioni locali che persisteva anche all’indomani della liberazione; le caratteristiche dell’occupazione anglo-americana. Fattori, tutti, che sancivano di fatto un senso generalizzato di profonda estraneità nei confronti del nascente stato antifascista e repubblicano. Noti, infatti, i numerosi disordini di parte monarchica avvenuti sia prima che dopo il voto.

Contemporaneamente, la composita parte filo-repubblicana iniziava la (ri)costruzione dell’identità nazionale proprio attorno al cardine della nuova forma di stato, dei suoi precedenti storici e delle figure simbolo della Nazione-Repubblica.

La cartolina qui esposta, inviata dall’Associazione Nazionale Reduci alle prefetture ed alle questure dello Stato già nell’agosto del 1946, era parte di una campagna per le celebrazioni dell’avvento della Repubblica.

Mentre sul retro della cartolina è riprodotto il testo della sentenza definitiva della Corte suprema di Cassazione in merito alle contestazioni ed ai ricorsi sull’esito del voto, sul fronte della cartolina appaiono Garibaldi e Mazzini impressi sullo stivale costellato da figure umane e bandiere nazionali; in alto, due date significative: 1946, e 1849, data della fondazione della Repubblica romana ad opera di Mazzini, Mameli, Saffi, Garibaldi, a riprova della volontà di cercare, nella storia nazionale preunitaria, punti di contatto con la recentissima storia nazionale repubblicana.

Fortunata  Manzi

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