Condanna di Gioacchino Murat. Castello di Pizzo, 13 ottobre 1815 ASNa, Archivio Borbone, b. 656

Dopo l’allontanamento dal Regno di Napoli, nel corso del peregrinare da Cannes a Marsiglia, a Tolone, in Corsica, Murat concepì il disegno della riconquista del trono, al quale non aveva  rinunciato formalmente, forte del seguito dei sostenitori in Corsica e degli ufficiali dell’esercito murattiano nel salernitano.

Partito da Ajaccio la notte del 28 settembre con sei navi e 200 ufficiali circa, in seguito ad una tempesta rimase con due sole imbarcazioni e sbarcò a Pizzo Calabro con 28 uomini. Seguirono l’arresto e la condanna, l’8 e il 13 ottobre.

L’arresto, il processo e la condanna sono testimoniati dalla documentazione in esame, tratta dall’Archivio Borbone, fonte che completa quelle dell’Archivio Nazionale di Parigi.

Nella sua difesa, affidata al capitano Starace, Murat dichiarò che, partito il 18 settembre da Ajaccio con i suoi per raggiungere Trieste e quindi riunirsi alla propria famiglia in Austria, fu bersagliato dalla tempesta e costretto a sbarcare per procurarsi viveri e una nave più solida.

Considerati il tentativo di sbarco effettuato a San Lucido il 7 ottobre e il rinvenimento di carte datate settembre 1815 in cui con il titolo di Re delle Due Sicilie conferisce promozioni militari, che denunciano la sua volontà di attentare al ‘governo legittimo’, Murat viene condannato a morte, dalla Commissione Militare nominata dal generale Nunziante, quale pubblico nemico, reo di misfatto contro la sicurezza interna dello stato, e fucilato.

Ferdinando I si dimostrò spietato: volle la morte dell’antagonista rifiutandosi di riconoscergli la dignità di sovrano. Vendetta della storia fu l’accettazione completa del riordinamento amministrativo dello stato attuato dai francesi: da allora il ricordo di Murat cominciò ad essere associato alla grande opera di progresso civile realizzata nel Mezzogiorno d’Italia.

Marina Azzinnari

 

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