Decreto di Giuseppe Napoleone sull’abolizione della feudalità. Napoli, 2 agosto 1806 ASNa, Collezione delle leggi e dei decreti originali, vol. 2

Nel periodo del “decennio francese”, durante il Regno di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, sul trono napoletano dal 1806 al 1808, oltre alla creazione di nuovi organi istituzionali tra cui il Consiglio di Stato, furono emanati provvedimenti legislativi di particolare importanza, tra cui il decreto di eversione della feudalità, con il quale furono abolite tutte le istituzioni feudali.

Il sistema feudale che si era diffuso nel Regno di Napoli molto più tardi rispetto all’Italia settentrionale veniva considerato come uno dei maggiori ostacoli alla rigenerazione dello Stato: la sua abolizione, pertanto si rendeva necessaria per il processo di riforma del sistema finanziario e fiscale e per rendere uniforme l’amministrazione dei comuni.

Il decreto stabiliva che la feudalità con tutte le sue attribuzioni veniva abolita ed i proventi associati alle giurisdizioni baronali venivano reintegrati alla sovranità dalla quale risultavano inseparabili. Questa prima e fondamentale affermazione non faceva altro che rompere il vincolo che legava il feudatario al sovrano: in particolare quest’ultimo avrebbe rinunciato a tutti i diritti dell’adoha, del relevio e dello jus tapeti, mentre i baroni, liberati da questa tassazione, furono sottoposti a tutti gli altri tributi che gravavano sul resto dei cittadini.

I feudatari, tuttavia, conservavano il ricordo di essere appartenuti ad una classe un tempo privilegiata: l’articolo 3 del decreto, infatti, stabiliva che chi possedeva il titolo di duca, conte e marchese lo conservava e lo poteva trasferire ai suoi discendenti in perpetuo con ordine di primogenitura e fino al quarto grado.

Vennero abolite pure tutte le opere e prestazioni personali che i possessori di feudi solevano riscuotere dalle popolazioni e dai cittadini.

Veniva così superata la distinzione tra comuni soggetti a giurisdizione regia e comuni soggetti a giurisdizione feudale e tutti i cittadini e le proprietà diventavano uguali davanti alla legge.

L’applicazione di questa legge richiese un’opera di ricognizione dei beni appartenenti al demanio, spesso usurpati, nel corso del tempo e la nomina di un’apposita commissione cosiddetta feudale che si occupava dei contenziosi tra i baroni e le università e nella quale si distinsero per esperienza Giacinto Dragonetti e Davide Winspeare.
Giuliana Ricciardi

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