Dichiarazioni del Sindaco, Cav. del Lavoro Achille Lauro, a conclusione dell’esame da parte del Consiglio Comunale della relazione sui problemi di Napoli e sulla situazione finanziaria e sistemazione del bilancio comunale. (seduta consiliare dell’11 agosto 1956). Napoli 11 agosto 1956 ASNa, Prefettura di Napoli, Gabinetto, III versamento, b. 1916

Nella seduta consiliare dell’11 agosto 1956, il sindaco di Napoli Achille Lauro conduce una lunga riflessione sulle condizioni della città da lui amministrata, a chiusura dei lavori che avevano portato alla redazione di una relazione sui suoi annosi problemi sociali, economici e finanziari.

La questione napoletana – che è in realtà inquadrabile nella più ampia e controversa questione meridionale – è, nell’immediato dopoguerra, una spina nel fianco dei governi democristiani, che pur avevano messo in campo, tra il 1949 e il 1950, provvedimenti quali le riforme agrarie e l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno.

Le dichiarazioni di Lauro in seno alla seduta consiliare dell’11 agosto 1956 puntano i riflettori su quelli che a suo avviso sono i principali problemi della città, definita “colonia” del settentrione: la mancanza di adeguate infrastrutture, e su tutte dei trasporti e delle vie di comunicazione, la difficoltà nell’accesso al credito per l’industria, i costi energetici – secondo Lauro risolvibili con l’estrazione del petrolio dal sottosuolo meridionale.

Le soluzioni da lui prospettate per “spingere” lo sviluppo napoletano sono illuminanti rispetto alla sua gestione della cosa pubblica: a fronte dei progettati lavori per l’ampliamento del porto e per la costruzione della via Marittima e di nuovi binari ferroviari, Lauro lamenta il conseguente sacrificio di suolo edificatorio; propone un’accelerazione della cementificazione cittadina; suggerisce un potenziamento dell’industria navale e del settore alberghiero.

La storiografia ha ampiamente analizzato la figura di Lauro e il sistema di potere che ruotava intorno alla sua figura, ravvisandovi al contempo il culto del leader e l’intreccio di reti di interessi personali, che insieme concorsero a fare di Lauro un protagonista della scena politica cittadina e nazionale nell’immediato dopoguerra.

Lauro, quinto dei sei figli di un armatore, militante nel Partito Nazionale Fascista e destinatario di contratti e incarichi fruttuosi per conto del regime, dopo il secondo conflitto mondiale aveva avuto come obiettivo principale quello di rientrare nella vita politica, per ottenere il pagamento dei danni di guerra, la riapertura dei conti bloccati, l’assegnazione delle navi Liberty.

L’occasione gli venne offerta dalla necessità della Democrazio Cristiana di convogliare verso di sé i voti e gli uomini che avevano aderito al movimento dell’Uomo Qualunque. Aderendo al Partito Nazionale Monarchico, Lauro fece eleggere a Napoli quattro suoi deputati, decretando così il trionfo di vecchi metodi e legami politici.

Nel 1952 fu eletto sindaco di Napoli con una lista di destra comprendente monarchici e missini ed ebbe, dopo il crollo della DC a favore del PNM nelle elezioni del 1953, carta bianca su Napoli in cambio dell’appoggio alla DC da parte dei deputati monarchici alla Camera.

Dalla valutazione degli imponibili alla stipulazione dei contratti, dalla gestione della pubblica assistenza all’assunzione di personale e alla politica finanziaria generale, Lauro ebbe piena libertà di manovra. Approfittando di un finanziamento di 35 miliardi, messi a disposizione con la legge speciale del 1953, ebbe accesso a fondi negati alla precedente amministrazione. La legge era totalmente priva di riferimenti all’edilizia pubblica, alle provvidenze per la piccola e media industria, o al risanamento dell’Ente Autonomo Volturno, e consentì dunque a Lauro – che nel frattempo aveva fondato il Partito Monarchico Popolare – di gestire gli affari cittadini a proprio vantaggio: promosse la speculazione edilizia, penetrò nei meccanismi creditizi governativi, creò un’alleanza con i rappresentanti degli interessi agrari meridionali, che volevano garanzie contro i progetti riformisti nel campo dell’agricoltura.

L’amministrazione laurina, che ereditò dalle amministrazioni precedenti un fortissimo squilibrio del bilancio –  determinato dall’eccesso degli organici comunali, da un lato, e dalle esigue entrate da imposte, dall’altro –  gonfiò ulteriormente gli organici, e, dal punto di vista sociale, si limitò ad iniziative assistenziali mecenatesche.

Nel 1956 trionfò per la seconda volta alle elezioni comunali.

Nonostante il consenso popolare e la copertura governativa durata nel tempo, la sua amministrazione determinò un vivace dibattito sul bilancio e sulla gestione, che sarebbe sfociato nel 1958 nello scioglimento del consiglio comunale e nella nomina di un commissario governativo.

Fortunata  Manzi

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