Grande Archivio

Marina Azzinnari

             Nella rete istituzionale italiana degli Archivi di Stato ‘provinciali’ non esiste alcuna diversità giuridica: devono conservare gli atti degli uffici statali a circoscrizione provinciale, le carte notarili, e sono aperti ai depositi di archivi di privati e di istituzioni non statali. Conservano le scritture preunitarie, gli archivi delle città già capitali e in questo senso il  Grande Archivio, nonostante le distruzioni del 1943, è la principale fonte scritta per la storia del Mezzogiorno.

Archivio di concentrazione, cioè archivio di archivi,  il Grande Archivio rispecchia la storia della terza città del mondo tra Seicento e Settecento e ne conserva le tracce documentate di 15 secoli, dall’età medievale ad oggi, stratificate e tuttavia immediatamente leggibili, anzi percorribili nella visita agli imponenti, maestosi depositi documentari che, fin dal primo allestimento museale ottocentesco, col susseguirsi delle scaffalature e delle scritture, si impongono al visitatore e suggestivamente evocano il senso della storia. Tracce, documento-monumento, che lo storico, ma anche il visitatore occasionale, seguono per ricostruire un’esperienza precedente,  fino a farsene quasi contemporanei, testimoni e interpreti.

L’Archivio di Stato fu costituito come Archivio Generale nel 1808 nel periodo della dominazione francese a Napoli.  Nella sua formazione risentì dell’impostazione dei francesi che ne finalizzavano la funzione a quella che oggi viene correntemente definita pubblicità degli atti e ‘trasparenza’ amministrativa. Veniva fornito un servizio per i cittadini, mettendo a disposizione dei privati quegli atti giudiziari, amministrativi, notarili, per la tutela degli interessi legittimi, di contro al principio della segretezza degli archivi della Corona borbonica, e rendendo di fatto pubblici gli archivi ‘segreti’. Per una felice congiuntura – felice per gli archivi – fu proprio la soppressione delle antiche magistrature, a partire da quella della Regia Camera della Sommaria, che avevano sede a Castel Capuano, effettuata per dar luogo a un nuovo e duraturo impianto amministrativo, a favorire la concentrazione archivistica nella stessa sede, nell’Archivio Generale.

La sua istituzione era stata preceduta da due progetti napoletani: quello dell’Archivio Notarile, studiato al fine di riunire sentenze, testamenti, atti catastali ed altri atti utili ai privati, ma che per le difficoltà logistiche di reperimento e di concentrazione, non fu di fatto mai reso operativo, e quello dell’ Archivio della Media Aetas, mai costituito per l’avvento della dominazione francese, che era basato sull’idea portante di riunire un immenso deposito d’interesse medievale, formato da materiali pergamenacei di provenienza comunale e delle corporazioni religiose soppresse di tutto il regno di Napoli. Questi ultimi di fatto avrebbero formato il Diplomatico dell’Archivio di Stato, perduto nell’immensa distruzione bellica operata dalle truppe tedesche nel 1943.

Nel periodo romantico, all’interesse per l’antichità greco romana si andava sostituendo, come è noto, quello per il Medio Evo. I Borboni restaurati in una nuova impostazione conservarono l’istituzione Archivio, pur rilevando gli archivi della Corona, e stabilirono che gli uffici del Regno effettuassero  i  versamenti ogni cinque anni al Grande Archivio. Quest’ultimo, se da un lato si avviava ad assumere la connotazione di ufficio con prevalenti funzioni amministrative, dall’altro,  appariva dedicato a quell’opera di studio, ricerca, trascrizione, divulgazione scientifica a tutto tondo, con convegni, mostre celebrative, partecipazione a eventi culturali internazionali, che aveva consentito di conservare molta parte dei documenti più antichi, oggi purtroppo distrutti.  Negli ultimi tempi, mentre si assiste alla riduzione dell’utenza di ricercatori negli archivi, è sempre più sentita l’esigenza di un’apertura permanente al più ampio pubblico, sia attraverso il sito web che nella visita diretta.

Rispetto al primo impianto di musealizzazione del 1845, impostato sui criteri di allestimento ottocenteschi, che privilegiava l’esposizione  di collezioni, anche di pezzi significativi del Museo storico diplomatico creato da Bartolommeo Capasso, oggi distrutto, la mostra didattica permanente Napoli capitale europea Tracce nel Grande Archivio napoletano risponde piuttosto a quell’intrinseca ragione delle mostre archivistiche, che si differenzia da quelle storico artistiche, finalizzata a tessere quel filo rosso che, nell’unire tante tracce documentarie, ricrei di volta in volta un’esperienza del nostro passato.

Destinata, in primo luogo, al mondo della scuola, si apre tuttavia al grande pubblico; affianca al secco impianto cronologico a partire dalla ‘Carta’ lapidaria, dal Medio Evo all’età moderna e contemporanea, l’indicazione  della metodologia della ricerca archivistica – come scriveva il grande Bonaini, “quando entri in un archivio, devi cercare non la materia, ma le istituzioni” – da seguire, per rispondere alla domanda storiografica.

Non solo storia per immagini, all’interno di una tradizione che risale all’Albo della Rivoluzione napoletana di Benedetto Croce, ma con un’ampia  griglia, punto di arrivo e punto di  partenza  di studi, di pubblicazioni e convegni, nonché di mostre su temi specifici di divulgazione scientifica.

Nello stesso tempo l’esposizione permanente vuol essere un omaggio, un ringraziamento, agli archivisti napoletani, cioè a tutti noi e a quanti illustri colleghi ci hanno preceduto, che con scarsa visibilità hanno variamente immaginato e realizzato le edizioni di fonti, i convegni e le mostre documentarie ai quali questa odierna largamente attinge, da Trinchera a Capasso, a Casanova, dalla mostra sul Risorgimento italiano del 1911 a quella de Il Mezzogiorno verso l’Unità d’Italia, da La civiltà del ‘700 a Napoli a Napoli aragonese, da Napoli tra il ’43 e il ’45  a La Repubblica napoletana, memoria e mito, solo per citare alcune realizzazioni.

Ringrazio quanti  hanno voluto collaborare a questo catalogo con la redazione delle schede e dei commenti, redigendo dei veri e propri articoli, dove ogni documento è una pagina, una tessera, uno spunto per un saggio, una “traccia”, − termine che preferisco a quello di memoria storica − per andare alla ricerca della nostra tradizione.

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